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Un’ora di silenzio. Tacet di Jacopo Giacomoni

Dopo aver vinto Biennale College Drammaturgia 2024-25 e il Premio Riccione 2025, finalmente al debutto Tacet, testo di Jacopo Giacomoni con la regia di Silvia Costa. Prima alla Biennale Teatro di Venezia, poi a Kilowatt Festival, lo spettacolo sarà in varie città italiane. Con più di qualche dubbio. Recensione

Ph Luca Del Pia

Se prendessimo in mano il nostro dizionario dei sinonimi, nella parte sempre più ghiotta dedicata ai contrari, sarebbe piuttosto banale rintracciare che l’opposto del rumore, del frastuono, è il silenzio. Eppure, a voler affondare un po’ di più in questa notazione, si potrebbe dire che il silenzio si contrappone al rumore proprio perché, filosoficamente, ne fa parte, convive in esso come elemento contrario che, in quanto tale, gli dà valore. Adesso aggiungiamo un’altra banalità: nella società in cui imperante è il rumore, proprio il silenzio rappresenta una rivoluzionaria esperienza di alterità, non tanto come assenza di suono, o interruzione, giammai, ma come suono a sé stante, riverbero almeno, perché di suono a ben sentire, nel silenzio, non ce n’è. Cosa c’entra questo con Tacet, il nuovo spettacolo di Jacopo Giacomoni con la regia di Silvia Costa, che dopo aver debuttato alla Biennale di Venezia è stato a Kilowatt Festival e poi andrà in tournée l’anno prossimo nei migliori teatri italiani? Non lo so. Intanto prego seguirmi nel paragrafo successivo.

Ph Luca Del Pia

Qualche anno fa Jacopo Giacomoni, giovane autore trentino formato nella filosofia, ha trovato un libro che da parecchio stava cercando: Cartografie del tempo (Daniel Rosenberg e Anthony Grafton, da noi per Einaudi), un insieme di mappe che descrivono il tempo, invece dello spazio. E il teatro, un’esperienza che si fruisce proprio nell’unità di una durata, ha il tempo come materia principale; da qui l’idea di trarne qualcosa da presentare proprio in forma di spettacolo. Nel libro l’alternanza del tempo è definita dal rapporto tra suono e silenzio, prendendo come esempio principale una registrazione, risalente alla Prima Guerra Mondiale, con tre linee in cui si sente la guerra, alternate ad altre tre in cui si sente la pace, quindi sei linee che graficamente sono definite in verticale, come fossero su un pentagramma.

Ph Luca Del Pia

Curiosando, Jacopo Giacomoni si accorge che all’epoca del primo conflitto risale anche l’istituzione del “minuto di silenzio”, quella prassi celebrativa che ferma, per sessanta secondi, un evento, definendo così la durata di una riflessione su un avvenimento tragico, che sia inerente all’evento (ad esempio la morte di uno sportivo in un evento di quel determinato sport) o che sia d’impatto, in modo trasversale, nella società contemporanea (un cataclisma, una tragedia collettiva, la morte di un personaggio noto all’intero popolo, ecc). E così Jacopo Giacomoni ha pensato di unire queste suggestioni, queste sei linee alternate, non in un testo, ma in una partitura testuale, scritta in verticale su una sorta di pentagramma, da “dire” sul palco mettendo in evidenza, con una scansione per frammenti, che si tratta dell’effetto della sincronicità. Così nasce Tacet. Ma, devo ammetterlo, questo racconto sulla genesi dello spettacolo, certo utile e giusto qui un po’ romanzato, non è altro che la scheda scritta dallo stesso Giacomoni che, confesso, ho attentamente saccheggiato.

Ph Luca Del Pia

Se si pensa, come credo, che questa mia trascrizione non sia abbastanza a comprendere del tutto lo spettacolo, che manchi una concretezza scenica a un’intenzione proposta, allora si dovrà pensare anche del testo Tacet, con cui l’autore ha vinto Biennale College Drammaturgia 2024-25 e il Premio Riccione 2025; ciò perché il testo premiato è una scrittura quasi interamente derivativa, dunque appare lecito domandarsi: questi premi, che sono i più importanti d’Italia, come individuano la qualità di un testo che sia per il teatro? La lettura del testo è indirizzata verso uno scorrimento verticale, con uno sbarramento che non facilita – si può dire non prevede proprio – l’interazione tra chi è sulla scena; si va verso un teatro pensato per la pagina e non per chi lo agisce? Questa presunta novità formale, in realtà di una sperimentazione piuttosto novecentesca, non sta dicendo forse che la vaghezza letteraria, intellettuale nella sua accezione più negativa, è considerata dominante rispetto alla scena? L’attore e l’attrice sono ancora al centro del teatro?

Sul palco ci sono cinque tra attori e attrici (Gaia Ginevra Giorgi, Dylan Guzowski, Elena Rivoltini, Matteo Zoppi, oltre lo stesso autore), seduti in fondo alla scena e con davanti un leggio, che alternano la narrazione di aneddoti legati al tempo e al silenzio, rintracciati attraverso un banale motore di ricerca, quindi il testo è un commento a certi fatti curiosi sull’argomento, giusto reso un po’ dinamico dalla frammentazione, non certo dall’interpretazione invece monocorde e sussurrata. Una sesta presenza è invece al centro della scena, è Silvia Costa – la regista, formata in Italia, lavora molto all’estero – che misura un cerchio lungo sessanta passi, chiaramente un orologio che batte sessanta secondi. Lei, mentre le altre voci intessono la narrazione, è officiante del tempo che scorre e non si ferma, definisce il tempo attraverso la sua scomposizione in piccole unità che diventano così minime identità; e questo sarebbe uno spunto interessante, ma non lo è abbastanza ciò che vi è intorno, perché gli aneddoti che si rincorrono non giungono poi a nessuna variazione compositiva se non concludere loro stessi, lasciando infine il passo alla trascrizione pedissequa, un po’ irritante, di un episodio cardinale sul silenzio (e per questo abusato oltremodo), famoso tra intellettuali: la performance avanguardista di John Cage, Empty Words, opera d’arte visiva resa in scena al Teatro Lirico di Milano il 2 dicembre 1977, quella in cui il compositore fa infuriare i presenti eseguendo un’opera di suoni apparentemente sconnessi, il Diario di Henry David Thoreau di cui restavano soltanto alcune parole intervallate da silenzi e da immagini scarsamente inerenti.

Ph Luca Del Pia

Lo spettacolo è tutto qui, se si esclude l’ingresso iniziale di attrici e attori che battono il ritmo a cercare una cadenza armonica elementare, piatta e qualche accenno timido di movimento, ancora intriso di un’esitazione laboratoriale (ad esempio la coreografia che compone con i corpi la lancetta di orologio), che vorrebbe essere danza ma si ferma un istante prima; di danza c’è, verso il finale, un solo di Guzowski, che rompe la schematicità dell’opera e sintetizza un cenno meno integrato in una visione che appare, in contrario, prestabilita, ordinata come il testo – appunto, verticale – impresso sul pentagramma. È lecito, mi domando infine, attendersi di più da un testo pluripremiato e dal debutto così atteso? L’incertezza creativa si accoppia in modo sinistro con la presunzione di mostrare un primato intellettuale, finendo per compiere un po’ – magari era questo l’obiettivo, ma il risultato è piuttosto conforme, non certo dirompente – la stessa operazione di John Cage nel 1977. E speriamo che il pubblico reagisca in modo meno scomposto. Oppure no?

Simone Nebbia

Visto a Kilowatt Festival – Luglio 2026

TACET
drammaturgia Jacopo Giacomoni
regia Silvia Costa
con Silvia Costa, Jacopo Giacomoni, Gaia Ginevra Giorgi, Dylan Guzowski, Elena Rivoltini, Matto Zoppi
musiche Nicola Ratti
disegno luci Andrea Sanson in collaborazione con Isadora Giuntini
sculture di scena Plastikart Zimmermann & Amoroso
vestiti Fabio Quaranta
foto di scena Luca Del Pia
assistente alla regia Luna Scolari

 

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Simone Nebbia
Simone Nebbia
Professore di scuola media e scrittore. Animatore di Teatro e Critica fin dai primi mesi, collabora con Radio Onda Rossa e ha fatto parte parte della redazione de "I Quaderni del Teatro di Roma", periodico mensile diretto da Attilio Scarpellini. Nel 2013 è co-autore del volume "Il declino del teatro di regia" (Editoria & Spettacolo, di Franco Cordelli, a cura di Andrea Cortellessa); ha collaborato con il programma di "Rai Scuola Terza Pagina". Uscito a dicembre 2013 per l'editore Titivillus il volume "Teatro Studio Krypton. Trent'anni di solitudine". Suoi testi sono apparsi su numerosi periodici e raccolte saggistiche. È, quando può, un cantautore. Nel 2021 ha pubblicato il romanzo Rosso Antico (Giulio Perrone Editore)

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