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Guardarsi allo specchio nelle Favole di Giancarlo Sepe

Dal 4 marzo al 17 aprile 2025 al Teatro La Comunità va in scena Favole, ultimo spettacolo di Giancarlo Sepe, prodotto dal Teatro della Toscana. In questo articolo ci soffermiamo sulla relazione tra attrici/attori e opera; con le riflessioni di  Federica Stefanelli, storica interprete del gruppo e di Favole.  Articolo in media partnership.

Foto Manuela Giusto

Occhi negli occhi. Da una parte all’altra del vetro. Da un lato il palco, dove attori e attrici rendono plastica la forma di parole e gesti, dall’altra la platea, dove siede chi raccoglie, della parola e del gesto, l’estensione che li magnifica per lo sguardo. Nel mezzo, l’arte. Ma se per una volta i due estremi di un dinamismo espressivo fossero ribaltati? Se al posto della platea, la zona d’ombra del fruitore, ci fossero gli attori e le attrici e al contrario nel mezzo, al centro dove solitamente si manifesta l’opera ci fossero gli spettatori? Da 24 anni Favole di Oscar Wilde, per l’ideazione registica di Giancarlo Sepe, compie questa piccola grande magia di sconvolgere un equilibrio forse talvolta erroneamente già dato, privo di uno spessore che invece questo spettacolo gli restituisce.

Foto Manuela Giusto

Federica Stefanelli si trova non di fronte ma attorno al pubblico già dalla sua prima volta, oltre dieci anni fa, quando fu chiamata dal regista – con cui lavorerà poi per altri spettacoli – a recitare in un lavoro che l’aveva attratta, affascinata oltremisura, già da spettatrice: «La prima volta – racconta – fu anni prima di farne parte, sono rimasta sconvolta perché non avevo mai visto nulla di simile in teatro, un’esperienza profonda, emozionante, come in una giostra accecante di luce però nello stesso tempo in alcuni momenti totalmente al buio, un’esperienza che tocca i cinque sensi».

Foto Manuela Giusto

Un’esperienza dunque immersiva nel vero senso del termine, perché si è circondati, avvolti dalle immagini che evocano il calore di un abbraccio, il terrore di una violenza, la leggerezza di un volo, mentre poi, passando al di là delle pareti nere dove scompare la vita e inizia il teatro, «diventa tutto diverso, facciamo tutto al buio e in silenzio, ti senti completamente compenetrata con la musica e la luce che si dipana e poi scompare». Un’apparizione, questo Favole di Sepe, dalla prima all’ultima immagine, che sembra un ossimoro a dirlo: un’apparizione duratura, ma è ciò che accade attorno alla pedana rotante su cui ci si siede, che toglie allo spettatore il punto di osservazione, non può sceglierlo, è costretto a fidarsi del cambiamento di posizione e lasciarsi raggiungere, snidare dalle immagini visive o sonore; là dove sono gli interpreti invece, spesso alla ricerca di un centro per focalizzare le emozioni da veicolare dal palco alla platea, in questo particolare caso il punto di osservazione non è necessario: «Noi gli spettatori non li vediamo quasi mai, è come se ci guardassimo allo specchio, sembra di essere in un girone del Purgatorio dove ci aggiriamo a ricostruire in eterno le scene senza vedere fuori; lo stesso Giancarlo ci dice fin dalle prove di non guardare mai in basso né in alto ma sempre davanti, di non cercare mai il pubblico perché quando arriva la luce siamo colti quasi di sorpresa; rivivono allora in quell’istante i vari momenti dello spettacolo, dagli abbracci all’aggressione, tutti gli affacci verso il fuori, ma attraverso uno sguardo interiore».

Foto Manuela Giusto

È un universo emozionale Favole, un vortice che raccoglie insieme attori e spettatori ma che lo stesso regista determina già in fase preparatoria: «Durante l’allestimento siamo carichi di emozioni interiori alle quali possiamo attingere poi in scena, dove trovo il sacrificio, dove trovo la rievocazione, l’esaltazione amorosa, le attese, i sogni, gli abbracci, quindi siamo talmente pieni come se ci avesse somministrato un’overdose di emozioni, per questo non abbiamo bisogno degli appigli che di solito si cercano in un teatro canonico con il pubblico davanti e forse proprio questa cosa qui del non vedere il pubblico ma di sentire, con poche parole in tutto, fa sì che noi dobbiamo essere ancora più forti, perché dobbiamo arrivare al pubblico in poco tempo dal buio alla luce, con scene che hanno un collegamento ma non essendo di prosa sono poi diverse tra di loro».

Foto Manuela Giusto

E per chi si dovesse domandare se tutta questo impatto emozionale, principalmente determinato dalla musica, non sia disorientante, Stefanelli precisa: «La musica ci guida perché, come direbbe Oscar Wilde, la musica ci fa piangere di lacrime che non sono le nostre, è capace di evocare anche sentimenti che non abbiamo mai trovato, noi ci respiriamo dentro e solo così percepiamo quel movimento che ci permette di essere parte della creazione». Mai come in questo caso sembra che il teatro abbia una missione d’avanguardia, rompere lo schema e il limite tra i due luoghi che lo consistono, ribaltarli ed essere ad un tempo dentro e fuori, come sono le favole, che tengono assieme la bellezza e la crudeltà, perché sia lieve sprofondare, di continuo,«in un planetario di dolore e di passione”».

Redazione

Info:  https://www.ticket.it/teatro/evento/favole.aspx

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