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ZORRO (di Antonio Latella e Federico Bellini)

Questa recensione fa parte di Cordelia di febbraio 25

Un’illusione collettiva che si incarna in un simbolo per trasformarsi in un’idea di giustizia. È questo l’eroe mitico che Antonio Latella e Federico Bellini smontano fin dalle radici, fin nella sua essenza, in Zorro, andato in scena al Piccolo Teatro Grassi di Milano. Per farlo, la regia di Latella parte dall’esasperazione di forme e contenuti: paillettes, costumini aderenti sgargianti, luci luccicanti e suoni disturbanti – curati rispettivamente da Simona D’Amico, Simone De Angelis e Franco Visioli – sono motivi grotteschi, al limite del surreale, che vengono costantemente punzecchiati da risate sguaiate, cactus “mobili” e personaggi eroici inadatti che si rincorrono e azzuffano, si cimentano in canti e balletti e pronunciano parole sconclusionate in un linguaggio che vuole rivisitare costantemente se stesso. Sono questi i quattro personaggi – il povero, il poliziotto, il muto e il cavallo – che si muovono in un paesaggio scenico pop di eccessi e ipocrisie. Animatori di platea come di un villaggio turistico, cercano di interrogarsi sul senso (della povertà, della cittadinanza, delle carceri e dei migranti, dei morti, di tutto) ma finiscono, per carenza di focus e spessore sia nella scrittura sia nelle intenzioni stesse della pièce, a interrogarsi sul nulla. Michele Andrei, Paolo Giovannucci, Stefano Laguni e Isacco Venturini scambiano invece abilmente ruoli e maschere: aspettano e continuano per 3 ore ad aspettare qualcuno o qualcosa che non verrà, in un gioco repentino di trasformazioni e citazioni che deride l’illusione del cambiamento, per frantumare l’eroismo romantico di un’intera generazione e rivelarne il vuoto abissale che lo sottende. Qui, il mito si sgretola. L’ingiustizia resta. L’eroe si dissolve nella risata ridicola del fallimento, accolta da molti in platea. E il tratto della Z rimane, inciso nella pelle, ma come un segno che non ferisce davvero, non interroga e genera soltanto un insistente prurito. (Andrea Gardenghi)

Visto al Piccolo Teatro Grassi di Milano. Crediti: di Antonio Latella e Federico Bellini, regia Antonio Latella, scene Annelisa Zaccheria, costumi e simboli personaggi Simona D’Amico,
suono Franco Visioli, luci Simone De Angelis, movimenti coreografici Alessio Maria Romano
assistente alla regia Paolo Costantini, con Michele Andrei, Paolo Giovannucci, Stefano Laguni, Isacco Venturini produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Cordelia, febbraio 2025

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Andrea Gardenghi
Andrea Gardenghi
Andrea Gardenghi, nata in Veneto nel 1999, è laureata all’Università Ca’ Foscari di Venezia in Conservazione e Gestione dei Beni e delle Attività Culturali. Prosegue i suoi studi a Milano specializzandosi al biennio di Visual Cultures e Pratiche Curatoriali dell’Accademia di Brera. Dopo aver seguito nel 2020 il corso di giornalismo culturale tenuto dalla Giulio Perrone Editore, inizia il suo percorso nella critica teatrale. Collabora con la rivista online Teatro e Critica da gennaio 2021.

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