Lo spirito che anima la Needcompany di Jan Lauwers, esploso ieri sera al Teatro delle Tese di Venezia per la Biennale 2011, ha trovato anche la complicità emotiva di chi vi scrive. La necessità di partecipazione con l’altro è d’altronde già racchiusa nel nome stesso del collettivo.
Una delle più evidenti qualità del regista fiammingo, fondatore della compagnia insieme alla coreografa Grace Ellen Barkey, è relativa proprio all’atmosfera creata sul palco, a rischio di contagio per il pubblico. E’ lo stesso Lauwers sin dall’inizio a creare una relazione diretta con gli spettatori: presenta il proprio lavoro, Isabella’s room, ne esplicita l’origine biografica ed evidenzia ruoli e interpreti, dichiarando da subito l’aderenza della propria ricerca al genere del musicall. Scopriremo poi che questo, come altri nodi narrativi e interpretativi, è una menzogna, o almeno una mezza verità.
Cos’è una menzogna? Verità in scena e nella vita. Qual’è il risultato di quest’ultima sommatoria? Domande che aleggiano sia nella forma che nei contenuti di uno spettacolo del 2004 che non sembra perdere forza col passare degli anni.
Per Strindberg l’unica opera possibile era quella capace di contenere il vissuto dell’artista. L’impulso autobiografico è lo start-up di questo lavoro, ed è simboleggiato non solo dalla dedica finale al padre del regista, Felix, ma soprattuto dalla raccolta di oggettistica etnografica ereditada da Lauewrs e composta da centinaia di pezzi provenienti dai continente africani. Ed è proprio in Africa che la nostra Isabella vorrebbe recarsi, per cercare il suo “principe del deserto”, in realtà mai esistito e frutto anch’egli di una bugia.
La memoria gioca brutti scherzi, ce lo ha insegnato Kantor. Anche nel caso del maestro polacco nell’opera teatrale tornava in vita la famiglia dell’artista, ma con un piglio dichiaratamente falso, un fake si direbbe oggi nel linguaggio di internet. La needcompany riporta però l’esperienza autobiografica su un piano volutamente più leggero – e decisamente postmoderno – senza timore di cedere il fianco al puro intrattenimento. La vita di Isabella è infatti scandita non solo dall’interpretazione della portentosa Viviane De Muynck, ma anche dalle danze e dai canti che fanno di Isabella’s room un ibrido di generi teatrali.
Se in alcuni momenti coreografici si percepisce una dilatazione eccessiva dei tempi che rischia di interrompere quel rapporto diretto con l’emozione e l’attenzione del pubblico, il piano della verità rimane comunque intatto. Quel patto di sincerità che Lauwers stringe fin dal prologo è evidente in ogni segno dello spettacolo: dalla scena riempita dai soli oggetti provenienti da antropologie lontane, alle luci, che abbagliando lo spazio di un bianco accecante non concedono nulla all’immedesimazione del pubblico.
Proprio come Kantor o de Berardinis Lauwers si aggira per la scena giocando il ruolo dell’orchestratore muto, tra performer che diventano musicisti e attori che si mischiano a danzatori, la verità è in un artigianato teatrale totale e di altissimo livello.
Andrea Pocosgnich
Articolo apparso anche su L’Ottavo Peccato – 41 Biennale di Venezia